TRANSUMANZA

Viaggiare è un lapsus tra esotico ed erotico.

Il Mediterraneo era il cuore di tutto, una volta. E intorno a quel mare fioriva la civiltà greco-romana, che oltre il Mediterraneo distingueva il Mondo in quadranti generici: a ovest le Colonne d'Ercole, dove tutto finisce e precipita, il nord è barbaro, il sud selvaggio. A est rimane l'Oriente che non è barbaro né selvaggio: è esotico: Ex-oticus, exotikos, “che viene da fuori”, straniero. Comunque interessante. Giusto o sbagliato, c'era tutto un riconoscimento di civiltà, in quella parola.

Ancora oggi l'esotico è il movente del nostro viaggiare, il fine della ricerca, il sale del racconto al ritorno. E come allora evitiamo ciò che consideriamo barbaro e selvaggio e cerchiamo l'esotico, seguendo itinerari tortuosi attraverso la filigrana del mondo. Da quando poi il viaggio è diventato industria e consumo, ci siamo organizzati – in maniera reciproca - a confezionare l'esotico su misura gli uni per gli altri, fino a ridurre il viaggio a una pantomima di esotismi che corrispondono alle aspettative del viaggiatore, ormai privi di ogni collegamento con il mondo reale.

Così un giorno - a me è successo mentre stavo lavorando alle Hawaii – ti trovi a pensare che senso abbia questo viaggiare, ridotto solo a un faticoso esercizio di selezione tra soggetti fuori fuoco: cosa è Disneyland, cosa è Hollywood e cosa è, alla fine, davvero vero.


E a quel punto decidi che se viaggiare si deve ancora, occorre altro. Ritrovare la lentezza dell'approccio, restituire un senso al proprio tempo e al proprio ruolo. Occorre il coinvolgimento dei sensi in una esperienza che deve rimanere unica. Occorre insomma un “eros” del viaggiare. L'unico modo per entrare in relazione totale con con qualcosa di altro, ex-traneus, che non siamo noi e per questo ci interessa.


Chiarito il dilemma, da dove ripartire? E come? La risposta arriva sotto forma di un trafiletto su un giornale locale della Maremma, sfogliato per caso in un bar, in attesa di un caffè: “Rivive la Transumanza”... Due giorni dopo esco appena fuori dai confini della Toscana e raggiungo una comitiva di butteri, cavalieri, cavalli e vacche, e inizio a seguire ciò che fanno, a partire da un surreale rodeo nella campagna etrusca di Vulci. Non un turista a guardare. Sono l'unico estraneo al gruppo, non invitato e comunque ben accolto.

Il resto è polvere, mandrie di bestie che attraversano campagne, borghi e città. Muggiti nitriti e belati, tempo che scorre lento e ondeggiante come un branco di maremmane. Il resto è un viaggio tratteggiato fino a Arezzo, passando da San Galgano, Siena e dal parco della Maremma, fuori dall'asfalto e dal tempo, ex-tempora, appunto, per questo di nuovo esotico. Il resto è riconoscere cose perdute, per noi e gli animali che ci accompagnano. E gli animali tornano nelle città a calpestare selciati concepiti per gli zoccoli, si riappropriano di tratturi e mulattiere, si spingono nei vicoli dei borghi medievali restituendo logica a quelle urbanistiche spontanee.


Gli uomini li seguono nella scia della polvere e dell'odore, il tocco leggero sulle redini o sul frustino o un comando appena sussurrato basta a imporre il cavallo sulla traiettoria della mandria e guidarla. Sono attimi, ma talvolta sullo sfondo di scenari spettacolari in quel susseguirsi di situazioni, gesti, in quella luce, l'eros del viaggio si rivela e prende forma. Diventa una immersione totale in un andamento di uomini e armenti che trasforma i luoghi in cui passa e lascia dietro di sé una sensazione impalpabile come un miraggio: l'abbaglio di qualcosa di vivo che è passato e che adesso non è più, è già lontano, se ne sente a malapena l'eco del calpestio che lo sta portando via.


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